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Esperti a confronto su diagnostica e terapia

Napoli, 24 nov. (askanews) – E’ una vera e propria rivoluzione quella annunciata da Michelino De Laurentiis (direttore della UOC Oncologia Medica Senologica del Pascale di Napoli) a margine del convegno “Attualità in senologia: dalla diagnostica alla terapia. Opinion Leader a confronto”, e che riguarda l’immunoterapia per una forma di tumore del seno particolarmente aggressivo (il triplo negativo).

“Finalmente – ha spiegato De Laurentiis – abbiamo trovato il modo di attivare la risposta immunitaria contro il tumore al seno così come già si fa, da qualche anno, con altri tumori. Si concretizza una nuova possibilità di cura per questo sottotipo tumorale particolarmente aggressivo, possibilità che sarà pienamente disponibile per tutti nel giro di 1-2 anni, ma che è già realtà in alcuni centri oncologici ad elevata specializzazione, come il Pascale. Apre, inoltre, un nuovo percorso di ricerca che porterà rapidamente, sono fiducioso, allo sviluppo di tutto un nuovo filone di trattamenti immunoterapici per il tumore al seno”.

Lo studio si chiama “ImPassion 130” ed è stato presentato in seduta plenaria al Congresso della Società Europea di Oncologia Medica (Esmo) a Monaco di Baviera. Le pazienti arruolate sono state 902, tutte donne con tumore mammario triplo negativo in fase avanzata e metastatica. De Laurentiis ha chiarito che aggiungere un farmaco immunoterapico alla chemioterapia standard migliora in maniera significativa il tempo di controllo della malattia. In particolare, nel sottogruppo di pazienti con espressione tumorale della molecola PDL-1, per la cui scoperta è stato recentemente attribuito il Premio Nobel per la Medicina, l’Atezolizumab ha prodotto una riduzione del rischio di progressione di malattia del 40%. Nello stesso sottogruppo di pazienti, il trattamento sperimentale ha ridotto del 40% circa anche il rischio di morire per il tumore. Questo risultato, in particolare, appare straordinario, visto che in questo sottotipo tumorale mai si era individuato, in precedenza, un farmaco in grado di influire positivamente sul rischio di morire per il tumore.

Fonte: askanews.it

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Oms: fumo causa 7 mln decessi l'anno

Roma, 23 nov. (askanews) – La comunità scientifica internazionale è concorde nel ritenere il fumo quale principale fattore di rischio per l’insorgenza di malattie non trasmissibili. Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, le vittime del fumo sono oltre 7 milioni l’anno (alle quali si aggiungono altri 600mila morti per fumo passivo). Solo nel nostro Paese i dati del Ministero della Salute evidenziano come tra i 70.000 e gli 83.000 decessi ogni anno siano causati dal consumo di sigarette (circa un migliaio per fumo passivo). Tuttavia, nonostante la consapevolezza sui danni da fumo e le sempre più stringenti politiche di prevenzione e controllo, l’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che nel 2025 i fumatori saranno ancora oltre 1 miliardo, un numero uguale a quello attuale.

Anche di questo si è discusso al simposio “Fumo e rischio cardiovascolare” tenutosi in occasione del XL Congresso Nazionale della Società Italiana di Angiiologia e Patologia Vascolare (Siapav), nel quale è emerso come una parte sempre più preponderante della comunità medico-scientifica sostenga l’adozione di politiche anti-fumo basate eventualmente anche sul principio della riduzione del danno, ad integrazione delle altre principali strategie volte a ridurre il danno correlato al fumo di sigaretta (prevenzione e dissuasione). Come spiega Guido Arpaia, presidente Siapav e Direttore S.C. di Medicina Interna dell’ASST di Vimercate: “Nel fumatore il rischio vascolare si manifesta in vari modi. In particolare il danno da fumo vede una lenta ma inesorabile crescita della placca aterosclerotica che sebbene priva di sintomi può determinare un evento acuto a carico di organi vitali come cuore, vasi periferici, cervello e reni”. È infatti il fumo, insieme al diabete, la maggiore minaccia alla salute delle arterie e allo sviluppo di Arteriopatie Periferiche a causa di un meccanismo di infiammazione cronica: il rischio è 2.15 volte maggiore rispetto agli ex fumatori[1] con ricadute come riduzione della circolazione periferica anche sintomatica (malattia delle vetrine). “Un dato oltremodo preoccupante”, prosegue Arpaia, “è che anche in caso di procedure interventistiche solo il 36% pazienti smette di fumare nel periodo successivo. Gli operati per malattie vascolari periferiche che subiscono interventi di by-pass o endovascolari che non smettono di fumare sviluppano più complicanze e hanno maggior rischio di mortalità”.

Fonte: askanews.it

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Mosca: numero nettamente inferiori alle morti, come in guerra

Roma, 22 nov. (askanews) – “In Italia nascono sempre meno bambini, un numero nettamente inferiore rispetto ai decessi (464.000 nati per 647.000 morti – Istat 2017), meno anche rispetto agli anni della prima e seconda Guerra Mondiale. Perdiamo ogni anno circa 180.000 persone, è come se città come Modena o Reggio Calabria fossero azzerate”. Lo ha detto il presidente della Società Italiana di Neonatologia (SIN), Fabio Mosca, in occasione del Convegno “Indagine Famiglie 2.0”, tenutosi Roma, alla Città del Vaticano.

“L’Italia è tra i paesi che fanno meno figli al mondo. L’indice di fecondità (numero di figli per donna in età fertile) è 1,34, siamo con la Spagna il fanalino di coda in Europa. Secondo le ultime previsioni Eurostat, sulla base dei trend attuali, nel 2050 nasceranno appena 375 mila bambini, il rischio è che la famiglia italiana sarà completamente ridefinita: tre quinti dei nostri bambini non avrà fratelli, cugini, zie e zii; solo genitori, nonni e bisnonni. Stiamo diventando un Paese con prevalenza della popolazione anziana: già oggi per 161 persone di età maggiore di 64 anni, ci sono solo 100 bambini di età inferiore a 15 anni. Di questo passo il welfare diventerà insostenibile, già oggi il rapporto tra la popolazione in età inattiva su quella attiva è del 55%. Bisogna invertire questa tendenza, incentivando innanzitutto la natalità e per farlo occorre ricostruire un tessuto sociale e delle facilitazioni per le famiglie, che oggi in Italia non sono sufficienti. Non è un caso che nelle regioni del Sud ormai da più di 10 anni la natalità sia più bassa che al nord”, ha aggiunto Mosca.

“La questione non è solo economica ma anche culturale. Il problema vero è che l’Italia non è neonato (e bambino) – centrica, il figlio è visto come un vincolo, un limite alla libertà, all’autonomia e all’affermazione personale, il nuovo stile di vita è individuale, “child free”. Ma una società senza figli è una società senza futuro. Non basta ridare autonomia ai giovani e renderli indipendenti prima, togliendo incertezza e precarietà, creando prima le condizioni per favorire decisioni familiari riproduttive. Non basta migliorare le politiche per la conciliazione tra casa e lavoro, rendendo l’organizzazione più adatta alle madri lavoratrici e offrendo asili e servizi numericamente ed economicamente adeguati. È ormai non più rimandabile adottare politiche che previlegino le donne, garantendo lavoro e stabilità, partendo dalla consapevolezza che oggi le donne che lavorano fanno più figli”, ha sottolineato.

Fonte: askanews.it

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Nell'Unità operativa di Ortopedia e traumatologia 2 dell'Aoup

Roma, 26 nov. (askanews) – Il primo impianto in Toscana di una vertebra stampata in 3D è stato eseguito con successo nelle scorse settimane a Pisa, nell’Unità operativa di Ortopedia e traumatologia 2 dell’Aoup diretta dal professor Rodolfo Capanna. Il paziente è un uomo di 56 anni, affetto da una neoplasia primitiva ossea che interessava la terza vertebra lombare, in trattamento nel reparto di Oncologia dell’ospedale di Prato. Dopo un esame bioptico, che aveva confermato la malignità della lesione, è stato pianificato un intervento chirurgico di resezione in blocco della vertebra L3 affetta dal tumore e di ricostruzione della stessa mediante una nuova vertebra, stampata in titanio in 3D, ottenuta dalla rielaborazione e ricostruzione dell’esame Tac del paziente.

L’impianto utilizzato è stato sviluppato specificamente per questo paziente partendo dalle immagini tac della sua colonna vertebrale, che sono state ricostruite tridimensionalmente per poter ottimizzare il disegno dell’impianto. La collaborazione dei chirurghi con gli ingegneri dell’ITC (Instituto Tecnológico de Canarias) ha portato al disegno di un impianto perfettamente congruente alla resezione in blocco pianificata in fase preoperatoria. Il design è stato ottimizzato in modo da ottenere le condizioni biomeccaniche (elasticità e resistenza) più adatte a favorire la sua colonizzazione da parte del tessuto osseo del paziente; a tal fine a struttura dell’impianto ha una porosità di circa il 90 % per lasciare spazio libero, che sarà occupato dall’osso di nuova generazione. L’impianto è stato realizzato con una stampante tridimensionale partendo da polvere di titanio grado 23.

Fonte: askanews.it

 

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Cresce diffusione della steatoepatite non alcolica (NASH)

Roma, 25 ott. – Non solo epatite C. La salute del fegato è minacciata anche dal grasso, quello che si annida a livello della pancia e che si va a depositare proprio all’interno di questo organo vitale. Una nuova sfida per la salute del fegato, legata all’incremento dell’obesità, che si somma a quella non ancora del tutto risolta rappresentata dall’epatite C. Il cosiddetto “fegato grasso”, infatti, è la porta d’ingresso per lo sviluppo della steatoepatite non alcolica (NASH), malattia grave che può danneggiare irrimediabilmente il fegato. Delle nuove sfide e di come affrontarle hanno parlato medici, associazioni pazienti e istituzioni riuniti al convegno “Dopo l’HCV, le nuove emergenze per la salute del fegato”, promosso da Gilead Sciences, che si è svolto a Roma. Perché per agire in maniera efficace contro le malattie epatiche è necessario l’impegno congiunto di tutti e la capacità di garantire l’accesso alle cure anche alle popolazioni che ne sono ancora escluse. In Italia più di un terzo della popolazione adulta (35,3%) è in sovrappeso, mentre una persona su dieci è obesa (9,8%). Risultato: complessivamente, il 45,1% dei soggetti sopra i 18 anni pesa troppo. A questo fenomeno si lega l’aumento della steatosi epatica (NAFLD), l’accumulo di grasso nel fegato o “fegato grasso”, che viene calcolato colpisca il 25-30% della popolazione. “Data la crescente percentuale di persone obese in Italia, tra cui anche bambini, anche la prevalenza della NAFLD sta crescendo e, dal punto di vista delle patologie del fegato, rappresenta ora e soprattutto in futuro una nuova sfida da vincere”, ha affermato Salvatore Petta, segretario dell’Associazione Italiana per lo Studio del Fegato (AISF). L’accumulo di grasso, infatti, può progredire provocando l’infiammazione del fegato, la steatoepatite non alcolica (NASH), detta così perché non associata al consumo di alcol. Una condizione che colpisce il 2-3% della popolazione e che a sua volta porta allo sviluppo di fibrosi, cirrosi e infine epatocarcinoma.

Fonte: askanews.it

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Test in pista pre e post assunzione

Milano, 24 ott. – Pasta, cioccolato, birra e molto altro ancora: si stanno diffondendo a vista d’occhio nelle città italiane i negozi che propongono prodotti a base della cosiddetta cannabis light, ovvero la varietà a basso contenuto di principio psicoattivo. Ma siamo certi che il loro consumo sia sempre privo di effetti, soprattutto su attività delicate come la guida? A richiamare l’attenzione sul fenomeno, che coinvolge i giovani ma anche i consumatori in età più matura, è Quattroruote che ha organizzato un test sulla propria pista, misurando le capacità al volante di soggetti volontari prima e dopo l’assunzione di cibi a base di cannabis light, con la consulenza scientifica di un medico e degli esperti dell’Istituto farmacologico Mario Negri di Milano. Per le prove, Quattroruote ha acquistato in incognito, in un negozio del centro di Milano, alcuni prodotti alimentari a base di cannabis, chiedendo poi alla redazione de Il Cucchiaio d’Argento, brand della stessa Casa editrice, di utilizzarli per confezionare dei dolci. Ai tre tester (uno dei quali ha solo mangiato, mentre il secondo ha sia mangiato sia bevuto e il terzo ha solo bevuto) sono stati prelevati – prima e dopo il consumo delle sostanze – dei campioni di saliva e urine, inviati per le analisi al Laboratorio di Tossicologia forense dell’Università di Pavia al fine di determinare la presenza di alcaloidi con effetti psicoattivi. Le prove in pista si sono focalizzate su aspetti rilevanti ai fini della sicurezza come il peggioramento dei tempi di reazione, la distorsione nella percezione della velocità, la percezione degli stimoli luminosi, gli errori in frenata e in accelerazione; sono state ripetute dopo un intervallo di tempo dall’assunzione delle sostanze giudicato sufficiente dagli esperti per determinare eventuali disabilità nella guida. I risultati sono stati significativi: pur non commettendo errori di guida clamorosi, i tre tester hanno incrementato in maniera significativa i falsi allarmi (ovvero gli azionamenti del pedale del freno in assenza dello stimolo visivo) nella prova statica dei riflessi. A questo si è aggiunto un aumento del tempo di reazione a veicolo fermo di uno dei soggetti, che ha anche messo in luce una percezione distorta della velocità stimata rispetto a quella effettiva. Piccoli segnali riferiti a un campione limitato, ma che possono suonare come un campanello d’allarme. 

Fonte: askanews.it

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Otodi: pochi ospedali con sistemi integrati per assistenza trauma

Roma, 24 ott. – Ogni anno in Italia vengono eseguiti oltre un milione di interventi chirurgici su pazienti che hanno riportato un grave trauma come le fratture articolari e quelle esposte. Rappresentano una grande sfida per il chirurgo e un grande impegno per il paziente che, per le fratture dell’arto inferiore, dovrà astenersi dal carico per almeno 2 mesi durante i quali dovrà però eseguire esercizi di rieducazione funzionale dell’articolazione interessata per il ripristino dell’articolarità. Di questo importante tema ne stanno discutendo in questi giorni a Riccione gli ortopedici e traumatologi ospedalieri d’Italia (Otodi) in occasione dell’11 Trauma Meeting. Non tutte le regioni, però, sono in grado di far fronte in maniera tempestiva a casi molto gravi, e non tutti gli ospedali sono dotati di Sistemi integrati per l’assistenza al trauma (Siat) dove vengono trattati i pazienti. Per questo, secondo i presidenti del Congresso, Domenico Tigani e Alberto Belluati, rispettivamente direttore di Ortopedia e Traumatologia all’ospedale Maggiore di Bologna e direttore di Ortopedia e Traumatologia all’ospedale Santa Maria delle Croci di Ravenna – è necessario investire nel settore dell’emergenza e della gestione del trauma al fine di affrontare in maniera adeguata casi complicati che necessitano interventi immediati”. Le fratture articolari derivano da traumi ad elevata energia e sono più frequenti nei giovani, anche se sempre più frequentemente, quale effetto dell’allungamento della vita media, anche gli anziani presentano fratture articolari. In questi casi, a tutte le difficoltà di riduzione e trattamento delle fratture articolari si somma anche la scarsa qualità dell’osso. Le fasce di età più coinvolte sono quelle compresa tra i 19 e i 40 anni (80%) e quella degli ultrasettantenni (65%). Le donne che hanno riportato gravi fratture sono state le ultrasettantacinquenni (85% dei casi), seguita dalla fascia di età 19-40 (75%). Diverso tra gli uomini, la fascia di età 19-40 anni è stata la più colpita con il 92% dei casi, seguita dalla fascia 41-54 anni con il 53% dei casi. Gli ortopedici hanno sottolineato quanto sia indispensabile garantire l’assistenza ai pazienti in ambienti idonei e con personale con competenze multidisciplinari. “Al fine di ridurre ricoveri inappropriati – spiegano Tigani e Belluati – è necessaria una valutazione congiunta, da parte degli specialisti, e l’adeguatezza dei percorsi assistenziali per i pazienti politraumatizzati secondo linee guida e percorsi diagnostico-terapeutici condivisi. La costituzione dei Siat in ambito regionale rappresenta la risposta a esigenze di questo tipo. In tutti i Centri specializzati itaiani dovrebbero operare équipe mediche capaci di affrontare tutti gli aspetti del trattamento delle lesioni traumatiche. In questo team multidisciplinare ha un ruolo significativo il rianimatore, il chirurgo vascolare e anche il neurochirurgo specializzato nelle lesioni periferiche e i riabilitatori. Oltre, naturalmente, all’ortopedico”. Secondo gli ortopedici di Otodi, bisogna garantire un soccorso qualificato urgente direttamente sul luogo e centralizzare i pazienti critici verso le strutture che dispongono delle migliori capacità di trattamento; esercitare un governo complessivo della recettività regionale attraverso sistemi informatici di consultazione in tempo reale dello stato di occupazione dei posti letto disponibili; nonché prevedere una forte integrazione tra tutti i suoi nodi su un territorio più o meno esteso. Con la solita lentezza si sta completando su tutto il territorio nazionale la costituzione del Siat in modo da garantire assistenza a tutto il Paese. Dal Trauma Meeting di Riccione, inoltre, al quale stanno prendendo parte oltre 1.300 chirurghi ortopedici, emerge che vi sono criticità che andrebbero affrontate nell’immediato. “Non esiste – conclude l’ortopedico Sebastiano Cudoni, presidente di Otodi – una reale politica sanitaria sulla medicina specialistica ortopedica. Non tutti gli ospedali in Italia hanno al loro interno tutte le specialità e non tutte le regioni ne sono dotate. Da ciò consegue un’organizzazione che varia a seconda delle disponibilità di ciascuna regione. Un’organizzazione tipo web model con interazione e scambio continuo di pazienti tra i nodi della rete troverebbe campo di applicazione senza rinunciare al ruolo hub dei pochi ospedali presenti nel nostro paese. Questi devono rimanere il riferimento per il trattamento dei pazienti con lesioni complesse”.

Fonte: askanews.it

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Il ginecologo: ogni ecografia ostetrica prelievi gratuiti

Roma, 23 ott. – La dolce attesa è emozionate per i futuri mamma e papà ma allo stesso tempo può essere ricca di insidie. Nei nove mesi di gravidanza infatti sono diversi i controlli da fare, tra esami del sangue ed ecografie, per monitorare la salute della donna e del bambino, e non è escluso che per mettere a freno ansie e paure si ecceda. E così, oltre alle visite dal ginecologico, aumentano anche le spese per esami diagnostici ripetuti con cadenza mensile. “Fondazione Altamedica ha stanziato dei fondi per dare la possibilità alle donne in gravidanza di fare alcuni test a titolo gratuito – spiega Claudio Giorlandino, direttore generale dell’Italian college of fetal maternal medicine – tutte le donne che faranno ecografie ostetriche nei centri Altamedica avranno infatti la possibilità di eseguire gratuitamente il prelievo per la ricerca di Toxoplasmosi, Rosolia e Citomegalovirus, con un risparmio di quasi 200 euro. Un’iniziativa volta ad incentivare la prevenzione delle malattie infettive in gravidanza e a salvaguardare la salute del bambino”. Il progetto ‘Eko-Torc’ è stato appena avviato e proseguirà fino all’esaurimento delle risorse disponibili. Le ecografie sono tutte quelle ostetriche, dal primo al terzo trimestre (ad esclusione di ecocardio e di flussimetria), per le quali le cliniche Altamedica offriranno test senza spese per Toxoplasmosi, Rosolia e Citomegalovirus, le tre più importanti malattie infettive in gravidanza. Se dopo aver fatto il prelievo, emergesse qualche problema sulle risposte, il centro è a disposizione per eseguire ulteriori controlli. “Le patologie infettive in gravidanza stanno aumentando in modo significativo e la loro contrazione è tra le cause più frequenti di anomalie fetali – prosegue Giorlandino – Di conseguenza un monitoraggio attento in gravidanza è importantissimo per escludere la trasmissione al feto. Se non si è protetti, i tre esami vanno ripetuti una volta ogni mese, il Citomegalovirus invece non lascia protezione quindi bisogna ripeterlo sempre. E in caso di esito positivo possono essere adottate tempestivamente alcune terapie. La diagnosi precoce può salvare il feto”.

Fonte: askanews.it

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Con il fondatore indiano dottor Madan Kataria

Roma, 26 set. – Riscoprire il senso di comunità messo a dura prova dalla frenesia della vita quotidiana ed essere più felici. Perché la ricerca ha “scoperto” che il fattore più potente del benessere è dato dalla qualità delle relazioni umane . E’ possibile grazie ai Club della Risata, il cuore del Movimento dello Yoga della Risata, che si ritroverà, da domani al 30 settembre, allo Yes Touring Hotel di Rimini per il Ritiro Spirituale e l’Advanced Course, seguiti dal 2° Congresso italiano, alla presenza del suo fondatore, il medico indiano Dott. Madan Kataria e di sua moglie Madhuri. Un evento organizzato da Lara Lucaccioni, principale Master Trainer italiana della pratica, in collaborazione con l’Associazione di promozione sociale Yorido, e a cui è possibile partecipare secondo diverse formule. Saranno 5 giorni dedicati alla rivoluzionaria pratica prevalentemente di gruppo nata in India nel 1995 e oggi diffusa in tutto il mondo, basata sull’idea unica che tutti possono ridere per scelta e in assenza di umorismo come esercizio fisico, ottenendo così un enorme benessere, come poche altre discipline riescono a fare. Da domani a venerdì 28 settembre, Madan Kataria sarà impegnato in un ritiro per condividere il suo messaggio di unione e pace nel mondo attraverso la risata e tutte le ultime applicazioni dello Yoga della Risata. Da venerdì 28 a domenica 30 settembre, il suo keynote speech dal titolo “Come portare lo Spirito Interiore della Risata nella vita quotidiana” darà il via al 2° Congresso nazionale, con i principali esponenti italiani e non solo della pratica che racconteranno gli importanti risultati ottenuti nei vari campi di applicazione terapeutica quali: aziende, scuole, famiglie con genitori-figli, sport, carceri, ambienti sanitari con le persone disabili, gli anziani e i malati di Alzheimer, i pazienti oncologici, gli utenti psichiatrici, i tossicodipendenti. Il primo Club della Risata nacque nel 1995 in un parco pubblico di Mumbai con sole 5 persone, oggi sono migliaia diffusi in oltre 100 Stati di cui oltre 400 solo in Italia. Sono luoghi gratuiti dove praticare in gruppo lo Yoga della Risata, disciplina che combina la respirazione profonda dello yoga a esercizi fisici di risata, scatenando una produzione biochimica di grande benessere, dall’effetto antidepressivo e ansiolitico, purché si rida per 10-15 minuti, e innumerevoli altri benefici fisici, emotivi, mentali e sociali. La scienza ha infatti dimostrato che il fisico non distingue tra risata spontanea e autoindotta, che diventa poi autentica per effetto dei neuroni specchio.

Fonte: askanews.it

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